Del camionista che volle violare la verginella proprietaria di un telefono cellulare. Progresso tecnologico: vantaggio tangibile: conservazione della specie.
Lunga notte e niente birra. Giaceva l’ultima lattina accartocciata sul tappetino sudicio, bianco di venute, al posto del passeggero – vuoto. Macchie di caffè e cicche di sigarette; nient’altro che la strada e il gracchiare sommesso della radio. Tappezzavano l’abitacolo – oltre all’irriducibile puzzo di rinchiuso – ammiccanti sinuose ed afone afroditi, scarsamente abbigliate, spudoratamente curvilinee, all’apparenza incuranti della pornografica impudicizia che andavano ostentando.
Sul cruscotto, affollato di scartoffie, facevano capolino recapiti telefonici di trans e mignotte, scritti a biro, con qualche indicazione promemoria a fianco; sul parabrezza, costellato di escrementi avicoli, avevano trovato rapida morte schiere di insetti vagabondi. La cenere rovente di un mozzicone aveva inavvertitamente baciato un sedile sul fianco, aprendo a piccola voragine, ma niente di così grave quanto la mancanza di luppolo.
Non era un autotreno molto diverso da uno di quelli che si riesca comunemente ad immaginare, se non per il fatto che trasportava scatoloni imballati di grattugie ed era pilotato da Ignazio Satiro, autotrasportatore quarantasettenne, coniugato – due figli maschio e femmina, assetato di birra. Viaggiava quella lunga notte su un tratto di quasi duecento chilometri, trascinandosi dietro il carico malsano che gli era stato affidato: centinaia di grattugie elettriche avvolte in quintali di plastica; strumenti del degrado della prassi, scettri della fiacchezza.
E certo non sembravano niente di meglio che insidiosi bozzoli sintetici dai quali sarebbero sprigionate le caduche farfalle di illusorie conquiste, ergonomici pugnali sacrificali, a immolare l’uomo sull’altare della macchina: l’ingegno vinto e piegato dal marchingegno. Avrebbero sorvolato le tavole imbandite di tutto il Paese, nevicando formaggio su piatti fumanti, sollevando casalinghe teledipendenti dall’ingrato compito di eseguire manualmente tale odiosa operazione, cantando con il loro sottile ronzare le lodi della tecnologia.
Ad ogni modo, Ignazio Satiro fece brillare stancamente l’ennesima sigaretta, ruotando la manopola della radio, senza trovare di che accontentarsi. Gettò la cicca fuori dal finestrino socchiuso e si accorse di annoiarsi terribilmente; spense la radio.
Silenzio, sull’asfalto silenzioso. Un’ampia striscia autostradale, di cui si scorgevano distintamente i limiti, non altrettanto la fine. Un nastro pesante e scuro che cingeva il territorio circostante, soffocandolo, scindendone l’unità originaria, virginale, primigenia. Tutto intorno tracce della tecnica. Pareva proprio che l’uomo, nel conquistare il mondo, l’avesse in definitiva perso.
Natura colonizzata e violentata, in nome dell’accelerato vivere di una vita produttiva nell’era dell’accelerata produzione, in nome dell’economia e del commercio, del massimo profitto, dell’utile, dell’inutile, del facile, del confortevole e, in un certo senso, alla resa dei conti, in nome anche di quelle grattugie. Maledette.
Divorava con arrogante voracità metri preziosi, lasciandosi alle spalle paesaggi sempre uguali a sé stessi; spiazzi illuminati, parcheggi deserti, capannoni irradiati da fasci violenti di luce – desolanti, in un certo senso, alte cancellate, colossi industriali dormienti al limitare del nulla, affacciati sull’infinito viavai dei notturni viaggiatori, i quali, chi per scelta e chi, come Ignazio Satiro, per condizione, si trovavano in quella lunga notte a percorrere quella stessa lunga strada.
Guardava distrattamente senza vederli i passeggeri delle vetture che venivano sopravanzate dall’imponente scalpitare dell’autotreno, tutti rinchiusi nelle proprie fumanti scatolette sfrecciavano gli uni accanto ali altri, nella completa indifferenza di (e per) quelli con cui spartivano lo stesso cammino, ognuno con la propria vita asserragliata tra le lamiere, immersi nella musica, presi in accanite discussioni, invischiati nei propri pensieri, disciolti nelle proprie nelle proprie esclusive visuali.
Proprio a loro dovevano giungere le grattugie di Ignazio Satiro: se fosse stato un uomo fantasioso si sarebbe potuto divertire ad immaginarli sorridenti, affamati, riuniti attorno al desco, quando si accorgono che la grattugia elettrica ha deciso di dare grane. Non funziona. Sebbene in occasione di una tanto lieta ricorrenza gastronomica, senza quell’arnese il cacio non cadrà sui maccheroni. Le soglie dell’automazione dei modi di dire.
Uomini e donne privati dell’antica praticità manuale, abituati a delegare alle macchine compiti ed incombenze, avvezzi ad infuriarsi con la fotocopiatrice bizzosa, a percuotere televisori crepitanti, ad atrofizzare le memorie cerebrali, affidandole a supporti elettronici; tutti intenti alla ricerca forsennata di un successo inconsistente, con un occhio al futuro e uno all’orologio; donne e uomini che non considerano ormai il caldo e il freddo fenomeni climatici, ma numeri sul condizionatore.
Nonostante tutto (e nonostante questo) Ignazio Satiro, ben lungi da considerazioni di tal genere, gettava l’occhio ai cartelli colorati delle indicazioni: aveva intenzione di fermarsi alla prossima area di sosta per avere finalmente la sua birra e magari qualcosa da sgranocchiare, o un caffè. Lo tenevano sveglio i seni impertinenti che lo spiavano dalla tappezzeria, solleticando appetiti non precisamente culinari.
Aveva macinato buona parte del tragitto fino a quel momento, non si sentiva particolarmente stanco; spense sotto una scarpa la sigaretta che aveva in bocca e volse uno sguardo all’esterno, ma il buio intenso signoreggiava ai lati dell’autostrada, adesso: gli alberi, i campi, le casupole rade che vegliavano in fondo al riquadro del finestrino venivano avviluppate da un’oscurità strisciante, che si infrangeva all’ingresso delle gallerie, nelle quali regnava un’atmosfera di allucinante e squallida maestosità.
E Ignazio Satiro guidava le sue grattugie lontano, sull’autostrada, quella notte.
(continua)
Ormai, però, si avvicinava l’ora di rincasare per la quasi quattordicenne - occhi castani - Virginia Silvestri.
Quasi, perché di lì a pochi giorni sarebbe ricorso il suo più atteso genetliaco, con sontuoso ricevimento annesso. Sarebbe stato più divertente di quella specie di antiestetico rinfresco, pensava Virginia appollaiata su un divanetto, in un angolo. Di certo non sarebbe azzardata a definirla propriamente festa. E non avrebbe inghiottito un solo centilitro in più di quell’acidula bevanda d’imitazione; reggeva il bicchierino di plastica con la delicatezza stizzita di una duchessa che stringesse tra le dita la carcassa di un animaletto: continuava a ripetersi che il suo compleanno non avrebbe dovuto nemmeno vagamente ricordarle quelle quattro mura del pianto scrostate tra cui seccamente sosteneva di essere capitata.
Con frenetica indisponenza adolescenziale scrutava spietatamente ogni canto di quell’androne spoglio e diafano, disprezzando ogni singolo fiocco di quelle patatine (che probabilmente un tempo erano state croccanti), i due tavoli solitari spinti contro la parete, in parte denudati dalle tovaglie di carta che ne occultavano la disarmante monocromia, devastati dall’assalto massiccio dei famelici convitati, e gocciolanti di aranciata del discount.
No. Immaginare i suoi quattordici anni: avrebbero dovuto assomigliare più ad un fastoso ballo di fine anno da collegio americano - passerine imbellettate dalle forme acerbe e fusti tirati a lucido compiacenti gli uni le altre e viceversa (ma niente lingua) - in locali affittati previi debiti sopralluoghi; sobrie decorazioni nei giusti angoli eleganti con brio piazzati a vista ragione senza eccedere; regioni relax debitamente arredate e zone franche disposte per conoscenze sgombre da sfigati - massimo a bocca chiusa; predilezioni per confronti vacui - deliziosamente dispettosi; pettegolezzi da corridoio corredati di recinti verbali, ammiccamenti, frasi sospese appiccicate a smorfie di tendenza; astio latente cosparso di miele; delimitazioni, appartenenze (standard) - emergono dai dialoghi esiti impliciti di indagini demoscopiche su scala ridotta indotti dall’opinione televisiva che generano divisioni lo stesso palpabili e invisibili, motivate dall’assenza di soluzioni alternative; sfoggio di possessi; abile occultamento di brufoli, risa indirizzate e controllate a distanza, reciproche conferme relative a palinsesti imperdibili, preferenze musicali ricamate sul ritmo del momento che assillante infesta temporaneamente i nuovissimi dispositivi di propagazione di futilità; congratulazioni per i festeggiamenti; falsa modestia; qualità, prodotti giusti, appariscenza, igiene; necessari entrambi: allestimento e frequentazioni regolari; indiscutibile l’assenza di sorveglianza parentale; neanche l’ombra di facce adulte ad offuscare la studiata pianificazione dell’idillio puberale. Tagliava dopotutto quel traguardo oltre cui nessuno, per esempio, aveva più alcun diritto strettamente legale di esercitare su di lei l’autorità censoria vigente impedendole la visione di film vietati, o perlomeno alcuni di essi, e cominciava debolmente a scemare la sgradevole ironia bambinesca dei suoi coetanei più lanciati nei commenti espressi al suo indirizzo per un poco di trucco in più del solito.
I genitori si erano anticipatamente prodigati nel donargli un telefono cellulare, di quelli che particolarmente la maggior parte delle amichette agognavano, e che altre esigue ma influenti compagnie già possedevano. Più bello, se possibile. Se lo rigirava in mano quasi fosse una pietra preziosa, attirandosi le attenzioni dei festeggianti più prossimi, che si affollavano attorno al divano cinguettando attratti dal rimarchevole luccicare come uno stormo di gazze.
L’invidia telefonica che provocava le risultò una discreta ricompensa per aver sprecato una serata preziosa della sua vita ad annoiarsi in un buco tanto sudicio. Concedeva ampi sorrisi e distribuiva commenti gioviali a tutti coloro esprimessero apprezzamenti sul suo nuovissimo apparecchio.
Odiava la sua migliore amica, sedutale a fianco – capelli biondi, lisci, alla quale aveva confidato per tutta la sera le sue pesanti riserve riguardo alla qualità ambientale circostante – ed era in fondo cordialmente ricambiata, ma la cosa non assumeva alcuna importanza sul momento; posta al centro delle attenzioni, riceveva impazienti richiami e richieste incalzanti da ogni parte. Si compiaceva - consapevole, eventualmente, solo a qualche basso livello empirico, senza riuscire a rintracciare il vero nocciolo della questione - del fatto che la posizione per voler così chiamarla sociale recentemente acquisita le veniva attribuita dall’alto grado di avere che riusciva ad esibire: il successo riscosso e la posizione di spicco guadagnati nell’arco della serata li aveva per lei ritagliati non la propria benevolenza (quella era fittizia e conseguente), né l’umana simpatia, della quale era in verità piuttosto difettosa, né qualche talento particolare. Un oggetto.
Niente, pensava in quel momento, sarebbe stato peggiore della perdita del telefono, senza saper concepire nemmeno lontanamente il quadro delle fosche traiettorie di Ignazio Satiro.
Il quale, né più né meno, si stava masturbando nella cabina di guida del proprio mezzo.
Ad interrompere il moto ritmico sussultorio dell’avambraccio: una sterzata, gli infrequenti cambi di marcia. A quanto pare il viaggio si stava rivelando troppo lungo e monotono, le aree di servizio tardavano a farsi segnalare e, vuoi per sopperire alla carenza di alcol, vuoi per ammazzare il tempo, il Satiro, scrutando i ritratti esposti, aveva optato per farsi una ricca sega.
Era sempre indaffarato con le proprie pudenda quando, alzando la testa, vide scorrere rapide le luci della zona di sosta attraverso il finestrino, alla sua destra, e poi scomparire, insieme al caffè, allo spuntino, ma soprattutto alla fresca, ineguagliabile, indispensabile birra.
Rimase per qualche istante immobile, fissando il buio al di là del vetro, con la testa reclinata, impugnando sconsolato il pene che ad ogni metro percorso perdeva volume, in maniera direttamente proporzionale all’avanzare della triste coscienza di aver infranto una così ghiotta opportunità di rifocillamento.
Per cosa poi?
Sostanzialmente, per un cazzo.
(continua)Con espressione inebetita dalla brusca interruzione dell’insorgere dell’orgasmo allentò la presa, liberando l’ormai esiguo ascaride dalla morsa libidinosa in cui era avvinto.
Non riusciva a capacitarsi, il Satiro, di una simile leggerezza; sulle strade a menarselo da così tanti anni. Aveva dunque superato senza batter ciglio non solo la sapiente disposizione delle indicazioni che senz’altro avevano assediato i chilometri precedenti, ma anche e addirittura la luminosa oasi di sospirate soste, posta tra le strisce di nulla che la notte disegnava sotto le ruote scalmanate, il solitario abitacolo e le sue fregole fatali.
Insoddisfatto, non si diede neppure la cura di riabbottonarsi le brache, ma stringendo con forza il volante proseguì in silenzio, con la gola riarsa dalla delusione, la lingua impastata, come se stesse masticando una felpa; i coglioni indolenziti.
La prossima area di servizio, l’avvertivano foschi cartelli, sarebbe stata ben dopo l’uscita che egli avrebbe dovuto imboccare. Niente sega, niente birra.
Passò il casello con una sensazione di smaniosa impotenza che lo trascinava avanti, metro per metro, come se stesse fuggendo dal buio angosciante delle lunghe corsie che abbandonava.
La machina che in vece del casellante era stata adibita a d esattrice di pedaggi era riuscita, con la sua asettica e cortese voce femminile, ad irritarlo ulteriormente; non mancò, nel ritirare il resto dall’apposita fessura, di qualificarla a dovere.
Superò una volante parcheggiata della polizia stradale. Vigili e accigliati cani minacciosi attendevano alle porte qualche furgone sospetto per delazione, coppie di magrebini un po’ troppo agitati nell’utilitaria polverosa, qualunque turbante arrotolato sopra paia di baffi tutt’altro che raccomandabili. La pausa sigaretta che si erano giusto concessi li indusse a non dare troppo peso al placido ronfare dell’autotreno che sfilò al loro cospetto.
E così il colosso rombante, carico di grattugie e di frustrazione, proseguiva accarezzato dai riflessi gialli di lampioni incuranti. Il solito parabrezza, intitolato truck of the year, con una data a fianco, proteggeva Ignazio Satiro dall’aria gelida dell’esterno, che tormentava le rade puttane impellicciate ai bordi delle carreggiate e dava non meno da fare alla piccola Virginia Silvestri.
La quale, per l’appunto, stava uscendo proprio in quegli istanti, gonfia di tecnologico orgoglio, dallo stanzone delle torture, diretta infine a casa.
Assaporava la popolarità assaggiata su quel duro divanetto, levandosi l’amaro retrogusto di bibite scadenti che aveva inizialmente ingrigito le sue prospettive. Teneva le mani in tasca, affondate nel giaccone imbottito color beige, gonfio di piume e amor proprio, in proporzione impari, con buona parte del capo nascosta nel cappuccio orlato di folto pelo, stringendo avida il telefono.
Rigirandosene in testa l’idea, lentamente, gelosamente, accarezzando inclinazioni pressoché maniacali, era arrivata a considerare concreta e temibile l’eventualità di un’aggressione di qualsivoglia malintenzionato immigrato, drogato, zingaro - nessun limite al peggio – male intenzionato seriamente a sottrarle il prezioso presente di mamma e papà, pratico prolungamento funzionale degli arti superiori, in efficiente veste di personale organo pubblicitario; l’addetto elettronico alle pubbliche relazioni, fresco di nomina. Ne erano pieni a sufficienza i notiziari di episodi criminosi similari da stimolare l’insorgere di apprensioni paranoiche sull’incolumità del costoso gingillo.
Il tragitto che la doveva riportare sulla via di casa, così breve e piacevole nel viaggio di andata, con il pomeriggio agli sgoccioli e la serata già sull’uscio, sembrava ora tutt’altro che agevole, niente affatto sicuro e ancor meno la percorrenza si mostrava così breve.
Si affacciava uno stradello tra i palazzoni, quasi buio, salvo che per i riflessi spettrali di fuggevoli fari che dipingevano ombre minacciose sui muri scrostati. Traffico tranquillo, a due passi l’autostrada. Un silenzio gelido; l’asfalto si lamenta, gli ringhia potente un motore.
Decise di incamminarsi con passo spedito, perché superato il sentiero coperto dalla siepe doveva attraversare un buon tratto sul ciglio della via prima di giungere al grosso incrocio che una volta oltrepassato l’avrebbe condotta al sicuro, a casa, assieme al suo nuovo compagno elettromagnetico, portatore sano di elettromagnetismo congenito.
Sebbene l’intero genere umano ne fosse rimasto privo per decine e decine di centinaia di anni senza ricevere per la verità particolare danno ulteriore a quello della propria condizione, non mettendo per questo in pericolo la specie, né minacciandone la conservazione, la piccola Virginia, poco o niente propensa ad indagini antropologiche, ugualmente sentiva reale il bisogno di essere dotata dell’apparecchio cellulare, pratico sovvertitore delle coordinate spazio-temporali, per stabilire una connessione diretta con ciò che poteva davvero contare qualcosa e da cui tutti gli altri sprovveduti, gli sprovvisti, erano tagliati fuori, o meglio – oppure peggio – destinati ad assistere silenti al trionfo delle indispensabili innovazioni senza gioirne. La profonda inquietudine promanata dal silenzio in mezzo al generale frastuono, peculiare dei tempi correnti - da diverso tempo – forniva forti incentivi ad immischiarsi e perdersi nella rete, aspettando che il progressivo stordimento dei sensi cancellasse pian piano ogni traccia di un fastidioso spirito critico.
Apparentemente impossibile in questo stato di cose intuire cosa apparteneva a chi o il presumibile contrario; cosa è necessario e in che circostanze lo diventa.
Fuoriuscita dalla penombra lugubre che attanagliava i palazzi e il relativo circondario (causa defezione di illuminazione pubblica evidentemente dovuta ad atti vandalici), si immise sulla strada principale a capo chino, seguendo i contorni del telefono con le dita, mani rigorosamente in tasca, sottratte al rigore esterno.
Cominciava ad avvertire sommesse vampate di pentimento dovute ad un certo ridicolo orgoglio: durante una delle sue lagnose eruzioni di stizza aveva proibito ai genitori di chiamarla per qualsiasi motivo quella sera alla festa, per evitare di doversi vergognare davanti alle amiche tra le osservazioni di scherno dei consueti bambocci. Poteva dimostrare di essere abbastanza cresciuta da non meritare eccessive apprensioni. Ma non era esattamente così. Nervosa, insicura, metteva in fila passi alquanto solleciti e per obbligo di verità fu anche sul punto di chiamare a casa, tranne poi concludere che poteva decisamente risultare, se non altro da un punto di vista strettamente strategico, una mossa poco conveniente, e avrebbe solamente dato ragione e nuovo adito alle manfrine dei suoi. Niente di cui preoccuparsi; ripetuto molte volte, sciocche convinzioni e cambi di tono e intensità che non possono essere ascoltati, racchiusi nel rumorosissimo mutismo della mente in angosce.
(continua)
Lei continuava a camminare, invece: era ormai giunta verso la metà dell’interminabile stradone senza incrociare una sola automobile. Non sapeva tuttavia se esserne rassicurata o se considerarlo motivo di preoccupazione. Non si voltava mai indietro, procedeva in fretta, cercando di pensare ad altro. Si scoperse il capo per aggiustarsi il cerchietto. Avrebbe voluto sapere l’orario.
Non si azzardava naturalmente ad estrarre il minuscolo telefono, nonostante ne avvertisse la carenza immediata in quanto rappresentante di un certo stabile riferimento in grado di delinearle precisamente davanti agli occhi le coordinate della situazione: uno schermo fluorescente, una data; ragguagliarla per l’ennesima volta sullo stato del traffico di superflui messaggi criptati da emittenti immaturi; verifica del credito residuo; dall’alto in basso, veloce scorrimento della rubrica, molte volte di seguito: nomi familiari che riportano alla memoria volti noti, ricerca di rassicurazioni e ineluttabilità, edificazioni di sostegno per il morale insidiato e scosso dalla contenuta paranoia; aprire l’opzione giochi, ricercare lo svago in mezzo al sottile disagio, alle prese con il timore atavico della sottrazione della proprietà; vibrazioni; promozione eccezionale. Tutto questo avrebbe potuto distoglierla dalle ansie che si andava stendendo addosso come un panno sozzo, ma per niente al mondo avrebbe sfoderato il suo oggettino, e certamente non lì, a quell’ora, con quel rombo incalzante dietro le spalle, in lontananza.
Fumava stringendo il filtro tra i denti ingialliti da una carriera di tabagista ormai pluridecennale, e aspirando profondamente, con la fronte imperlata di impetuoso sudore, le mani ben salde sul volante, seppure incapace di domare la protuberanza che stava nascendo al di sotto del folto ombelico ridondante.
Agitato, tormentato dal proprio avvampare, cercò una provvidenziale inibitoria distrazione gettando l’occhio in lontananza, attraverso il sottile strato di sudiciume del vetro, sullo stradone solitario che stava percorrendo a gran velocità. Il cuore gli picchiò forte in gola quella notte quando si accorse che cosa stesse movendosi sul ciglio della strada, in fondo, appena prima della piazzola.
Le sottili calze elastiche rosa che si arrampicavano sotto la gonnella, schermata per lo più dal giaccone abbondante, non lasciavano dubbi: si trattava di una signorina. Zampettava tutta sola, con la testolina fuori dal cappuccio per frugarsi tra i capelli, intenta in chissà quale operazione di ripristino. Una situazione singolare alquanto. Non riuscì a stimare l’età con precisione, ma dubitava, in base alle affinità riscontrate nel portamento della bimba con quello di sua figlia, che arrivasse alla maggiore. Il pensiero dell’innocenza del tenero virgulto lo provava, turbandolo.
Come colto da un’irrequieta euforia, annebbiato, preda di un panico inaspettatamente estatico e angoscioso al tempo stesso, sentiva il corpo scosso da brividi violenti nel suo intero, mentre le fantasie più torbide gli si rimescolavano alla bocca dello stomaco, nitide, morbose, ostruendogli il respiro, tendendo allo stremo i muscoli: nessuno escluso.
Accelerando d’improvviso virò e irruppe nell’ampio spiazzo a lato della striscia bianca che delimitava spazi e traiettorie dei veicoli, giusto davanti alla piccola, arrestando il lungo bestiale parallelepipedo con sì scarso garbo da preoccupare non poco Virginia Silvestri, alla quale – psicotica autolesionista – tanta concitata sconsideratezza non prometteva nulla di buono.
E ancor meno le piacque come quell’uomo dall’aria così sciatta e trasandata aprì lo sportello del proprio automezzo che pareva rispecchiare l’aspetto del conducente, balzando giù, madido, frenetico, a qualche manciata di passi, esattamente davanti a lei.
Cominciò ad innervosirsi quando si rese conto che stava fissando proprio lei – e non stava per caso piano piano avanzando? Ma solo quando si accorse dei pantaloni sbottonati proruppe in un pudico, squarciante e prolungato urlo di terrore.
Inascoltato, dal momento che nei più immediati dintorni non c’era traccia di anima viva. I palazzi da cui proveniva apparivano adesso una volta di più come bianchi alveari, non più alti di un pollice; le macchine continuavano a bisbigliare veloci sul cavalcavia, troppo lontane, troppo distanti.
Ignazio Satiro, ebbro ormai di ormonale follia, si scosse dal torpore che lo avviluppava, ignaro del freddo pungente, e si gettò di corsa alla volta della piccola Virginia Silvestri, quasi quattordicenne, in fuga disperata da un camionista sbracato, deciso a riservarle particolari e facilmente prevedibili attenzioni. Una prova di velocità e resistenza, con qualche difficoltà aggiuntiva, dati l’abbigliamento e la circostanza, e in palio la conservazione - se non altro temporanea - della verginità.
Correva al massimo delle proprie possibilità, col fiato che le moriva in fondo alla gola, fradicia di sudore sotto il cappotto, con le estremità gelate e le gambe che minacciavano di cedere ad ogni falcata, ferocemente consapevole di scappare nella direzione opposta a quella di casa. Le urla che si lasciava sfuggire di tanto in tanto non producevano altro risultato che un infruttuoso spreco di energie, mentre, senza voltarsi, poteva sentire lo scalpitare irregolare e il respiro pesante dell’infiammato Satiro.
Gli isterici belati, in effetti, almeno un altro risultato lo producevano, eccome: ad ogni candido stridio il Satiro si obnubilava, deprivato della già di per sé esigua ragione, pervaso da quella tremenda vertigine erotica: istinti di una violenza formidabile e primitiva. E più lei tentava di allungare il passo e più il sangue all’impazzata dilatava la protervia di una minchia che tentava disperatamente di lacerare il cotone degli slip per fuoriuscirne.
I piedi le dolevano indicibilmente, costretti in un paio di fenditure che si ostinava a chiamare scarpe; tanto scomode, ma tanto – come dire? – prestigiose, e soprattutto tanto, tanto costose. E poi, diamine, non erano sicuramente state fabbricate per fuggire dai maniaci sessuali. (continua)
Guardava le sconsolate case popolari: i locali della festa avevano senz’altro ormai chiuso i battenti, i genitori avevano già provveduto a raccattare cartacce e palloncini esplosi, a tirar via dai tavoli la sporcizia più ingombrante, gli avanzi dei bagordi, riappropriarsi dei vassoi lordi, riservandosi di tornare l’indomani per la pulizia dei pavimenti e il prelievo delle decorazioni applicate alle pareti, affinché la stanza condominiale riacquistasse il proprio aspetto condominiale. Tutti a letto, comunque: nessuno che potesse accorgersi di lei. E le sembrava di non avvicinarsi neppure, per quanto corresse, all’ombra familiare di quei palazzi bianchi, lontano dalla luce penetrante degli alti e sottili lampioni dal collo ricurvo disposti in filari ai due lati della vita, che con la loro elettrica pedanteria la rendevano sempre visibile al suo indefesso inseguitore.
Non avrebbe fatto in tempo ad infilarsi nel buio groviglio edilizio per addentrarsi nel cuore dell’abitato, dove tre fatue file di cognomi illuminati risplendevano a emblema di salvezza. Il fisico l’avvertiva che ancora per poco avrebbe potuto mantenere un distacco relativamente considerevole dal laido camionista che incalzava alle sue calcagna.
Si sentiva appesantita; non solo dall’ingente mole del vestiario, ma dalle chiavi, in primo luogo, e da tutta l’irrilevante oggettistica che gli sobbalzava nelle tasche, man mano che il ritmo dei passi rallentava. E come provvida esplosione la travolse un pensiero inaspettato e imprevisto, data la sua banale ovvietà: una prospettiva di soccorso non ancora contemplata, che tuttavia costituiva la soluzione più coerente con le sue aspirazioni di emancipazione tecnica.
Cercando di non arrestarsi completamente e, per quanto esausta, evitando di arrendersi proprio allora all’inevitabile deflorazione che sembrava attenderla, estrasse il telefono portatile, componendo freneticamente il numero di emergenza della polizia. Attese col cuore in gola che qualcuno interrompesse squilli prolungati e interminabili.
Ignazio Satiro, delirante ma determinato, le gridava frasi dal senso ignoto, forse anche a lui stesso, fornendole appellativi sempre nuovi, poco appropriati comunque, nella maggior parte dei casi, ad una fanciulla colta in sì verde età.
Le indicazioni che quella, malgrado la voce spezzata e tremante, riuscì a fornire ad un interlocutore molto poco sveglio, furono sufficienti affinché dopo soli tre minuti, annunciata dallo stridere degli pneumatici, vedesse comparire dal fondo dello stradone una volante a sirene spiegate, proveniente, sarebbe parso, dal nulla. Ciò nondimeno ebbe l'aria e il modo, il Satiro, di riconoscere i segugi del casello.
Come vide e si rese conto bloccò il proprio delittuoso incedere, reggendosi i calzoni, cercando invano di assumere un contegno che male si accostava al sembiante animalesco conferitogli dalla corsa sfrenata, capacitandosi a fatica di come la piccola avesse invocato il celere salvataggio, maledicendo in cuor suo l’agile strumento che l’aveva infine condannato.
(continua)
Virginia continuò a correre per diversi metri incontro ai due tutori dell’ordine, nonostante lo scampato pericolo, senza badare né essere interessata alle risposte comportamentali di un anonimo autotrasportatore ultraquarantenne di fronte al sopraggiungere dell’autorità competente: coniugato, padre di due figli, ancora assetato di birra e, a questo punto, inappagato nel fulmineo e sconsiderato impeto di sesso pedofilo che l’aveva sopraffatto.
In lacrime, fu fatta salire sull’autorevole veicolo lampeggiante, ancora tremante e sconvolta, niente affatto intenta alle parole spese per tranquillizzarla del cessato allarme, mentre udiva distintamente le intimazioni rivolte al domato Satiro.
L’altro collega, intanto, stava esposto al gelo notturno, a meno di una decina di metri dal manigoldo, avvicinandosi lentamente con la canna della pistola puntata in mezzo ad occhi sbarrati, su un’ampia fronte gocciolante. Quando decise di essere piuttosto vicino gli abbaiò di alzare le mani. E obbedì Ignazio Satiro, senza indugio, stendendo bene le braccia sopra di sé, facendo scivolare rapidamente lungo le gambe i pantaloni privati del sostegno manuale - fino a toccare terra, rimanendo effettivamente, per smussare l’asprezza dell’immagine, in desabillè, incapace di parlare, impossibilitato, anche in caso l’avesse voluto, a muoversi. Sembrava a tratti assumere la lucida coscienza dell’intera situazione, e allora gli occhi si appannavano di gelida disperazione, alternando stati di stordimento maniacale, scrutando un punto preciso nel vuoto assoluto di quello stradone, a quel malaugurato punto di quella lunga notte priva di birra ma satura di avversità, al cospetto di un rappresentante della legge tutt’altro che in vena di risate - a dispetto della complessiva ridicolezza coreografica. Con le grattugie incustodite, là in fondo, alle sue spalle, nella piazzola.
Somigliava ancora al mimo di un indecente alberello quando sopraggiunsero i genitori, a dir poco estremamente agitati, precipitandosi a stringere tra le braccia la figlia ancora innocente, per un soffio. Non fosse stato per quel minuscolo attrezzo che stringeva tra le piccole grinfie impaurite.
Una marea di affettuosi rimproveri affogati in un lago di calde lacrime liberatorie da ambo le parti, frasi frammentate dai singhiozzi e lunghi silenzi lamentosi; fin quando il padre, con improvvisa risoluzione, si spinse fuori dall’auto per andare a conoscere in volto l’uomo che aveva attentato all’integrità morale e psichica (e non solo, caro Signor Silvestri) della sua virginale Virginia. Quanto fastidio, a dir poco, gli provocasse il pensiero che qualcuno avesse voluto rovinare una sua sacrosanta proprietà, nessuno al momento se lo riusciva ad immaginare.
A grandi passi si diresse verso il poliziotto armato e il balordo sotto tiro, mani in alto, brache calate. In silenzio avvicinò la faccia a pochi centimetri da quella di Ignazio Satiro e così stette per qualche secondo, emettendo ingenti nuvole di fiato condensato, fissandolo negli occhi, fino a che questi non si accasciò sotto la violenza inattesa di un pugno alla bocca dello stomaco. Il tutore dell’ordine, sobbalzando di sgomento, abbassò l’arma e la rimise nella fondina, reputando che non ce ne fosse più il bisogno.
Estrasse il manganello dalla cintura e lo porse al signor Silvestri, il quale, dopo essersi sfilato il grosso orologio che gli impreziosiva il polso, si abbandonò a se stesso nella rieducazione del ripugnante camionista e dei suoi orientamenti sessuali inopportuni; rovesciato a terra, rantolante, a mala pena capace di coprirsi la testa da colpi vibrati senza riserve.
Un braccio gli si doveva essere spezzato, un dolore inconcepibile ai reni gli paralizzava anche le gambe, data la bestiale veemenza paterna impegnata a saldare almeno parte del conto lasciato in sospeso con la piccina che ancora il Silvestri sentiva frignare dietro di sé; uno zigomo infranto e un occhio pesto, il collo rigonfio, le labbra spaccate, un respiro flebile faceva da contrappunto a fitte costali che si presentavano con cadenza regolare, la faccia ricoperta di sangue.
Aveva l’aria, quel distinto signore, di essere deciso a non smettere prima del sorgere del sole, o dell’arrivo di un medico legale. Dovette intervenire il collega che stava in macchina a parlare alla radio per frenare le percosse furiose, prevenendo probabilmente di non molto il trauma cranico, sottraendo il manganello al Silvestri, senza riuscire ad evitare un gran calcio nei genitali al Satiro tumefatto da parte del compagno pistolero coi riccioli che si era fino ad allora limitato a contemplare in compiaciuto silenzio.
Azzardando considerazioni al di sopra delle immediate contingenze, senza il rischio di apparire superficiali, si richiamerà a memoria il fatto che aveva slacciati i pantaloni da quando ancora il viaggio in autostrada era solo un necessario rituale con cui si stava assicurando la sopravvivenza – qualche svago, e magari la pensione, un giorno; ma non sembrava questo per lui materia di particolare interesse, né probabilmente se ne rammentava, né anzi ci aveva fatto caso, sdraiato sull’asfalto ghiaccio, con il sangue rappreso sulle palpebre che gli ostruiva la vista, quantunque molto poco ci fosse da vedere, dimentico delle grattugie e ignaro del loro futuro, si concentrava sulla terribile e incessante agonia testicolare che lo tenne impegnato per parecchio tempo dopo l’arresto.
(continua)
Virginia tornò a casa con i genitori, sana e salva, in fin dei conti, e intatta. Aveva imparato, oltre all’abusato assunto che il crimine non paga (ma di questo già i cartoni animati l’avevano edotta), il valore fondamentale del genuino ed effettivo progresso, troppo spesso sottovalutato, quando non addirittura disprezzato, o minacciato dagli stupidi retrogradi, intimoriti dai mostri deformi partoriti dalla propria stessa ignoranza. Quanto sicuro e realmente vantaggioso, l’aveva potuto constatare in prima persona: nient’altro: miglioramento, sviluppo di infinite potenzialità insite nell’inestinguibile tensione produttiva, nell’inarrestabile fabbricazione di benessere, nella riproducibile innovazione taumaturgica della civiltà in continua evoluzione, sebbene, per la precisione, tali elucubrazioni presero in lei forme concettuali assai più grossolane e intuitive, nel caso in cui ci fosse il bisogno di simili puntualizzazioni.
L’incrollabile fiducia nell’addomesticamento tecnologico delle risorse naturali l’avrebbe accompagnata fino alla fine dei suoi giorni. Non giovò a farle cambiare idea neanche il guasto che verso i diciassette anni le mise fuori uso l’arricciacapelli, mandando addirittura a monte un’uscita serale.
Si sarebbe anche ritrovata, anzi, ignara, entusiasta -ironia della sorte- a cospargere piatti incandescenti e ricolmi con tenero formaggio polverizzato da microscopici ma efficientissimi ingranaggi meccanici. Senza per questo ripensare nemmeno un attimo ad Ignazio Satiro e a quella lunga notte.
Cosa che preferiva di gran lunga fare, più che altrove, sull’autobus, a scuola, e dovunque potesse scovare un sensibile quantitativo di persone pronte a compiangerla e scandalizzarsi.
Fu un brutto colpo quando gli agenti, controllando il carico dell’autotreno trovarono tra le grattugie svariate buste che a nessuno parvero contenere campioni promozionali di formaggio già grattugiato, né agli stessi agenti, né alla scientifica (alla quale ne pervennero quantità leggermente inferiori), tanto meno al giudice.
Stette in prigione abbastanza l’avventato (e sventato) Satiro da perdersi il secondo matrimonio di sua moglie e il diploma del figlio maggiore, e quando uscì aveva perso gran parte dei cosiddetti amici. Neanche la prole, d’altra parte, ebbe ardente desiderio di rivederlo.
Ciò che non perse fu la passione per la birra e le donne nude, benché la vita che gli rimase non gli procurò grosse soddisfazioni. Poco maggiori del tentato stupro.
Quanto a Virginia Silvestri, a parte il pessimo carattere, era cresciuta, sbocciando in una splendida bisbetica. Già al secondo anno di liceo, come spesso ama ricordare sua madre, viene eletta la più avvenente dell’intero istituto; prende parte anche ad alcune trasmissioni locali, ma pare che un tale personaggio che ha contatti nella radiotelevisione nazionale abbia notato i suoi trentadue bianchissimi denti, il suo petto procace e la voglia far partecipare a certe selezioni di comparse per qualche spot pubblicitario. Mamma e papà non stanno nella pelle al pensiero di vedere la propria bambina incorniciata dentro il prestigioso schermo al plasma che orna la mensola in salotto: consacrata davanti al sofà; dotata – non da meno - della facoltà strabiliante di ingenerare feroci e gratificanti invidie.
E invece lei muore a diciannove anni – dopo un solo disguido con l’arricciacapelli all’attivo, che ha del miracoloso – per un guasto alla cabina dell’ascensore in cui si trovava insieme ad una signora incinta al settimo mese, con indosso orecchini stravaganti.
Appena il tempo di scambiare qualche parola; quando il cavo cede e la scatola di metallo precipita nel vuoto di dieci piani, accartocciandosi come fosse stata di carta stagnola, rende un tutt’uno le carni e le lamiere.
(inspiegabili le cause di una simile tragedia).
Ne rimase ben poco.